Un nuovo D. Lgs. per il lavoro a tempo indeterminato

Il D. Lgs. 23/2015 costituisce la nuova normativa italiana in materia di contratti di lavoro a tempo indeterminato

A partire dal 7 marzo 2015 è stato rinnovato in Italia il regime giuridico sui contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Tale disciplina è regolata infatti dal D. Lgs. 23, approvato in quello stesso anno dal nostro Parlamento; la sua pubblicazione segue quella della Legge 183/2014, meglio nota sotto la denominazione di Jobs Act.

Il nuovo testo non ha valore retroattivo: pertanto, i suoi dettami sono applicabili solamente nei confronti dei lavoratori appartenenti a tutti i livelli professionali (tranne quello dirigenziale) che sottoscrivono un contratto a tempo indeterminato a partire dalla suddetta data di emanazione da parte del Parlamento. Coloro, infatti, che sono stati assunti secondo tale formula in un periodo antecedente il 7 marzo 2015 continueranno a restare assoggettati alla disciplina riportata nell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, parzialmente modificato dalla Legge 92/2012, nota anche come Riforma Fornero.

Un decreto legislativo che prevede “tutele crescenti”

La novità principale del D. Lgs. 23/2015 risiede innanzitutto nell’introduzione delle cosiddette “tutele crescenti”: in poche parole, con tale espressione ci si riferisce ad una serie di misure volte a sostenere quei lavoratori licenziati in maniera illegittima dalla propria azienda.

Nel caso in cui l’allontanamento del dipendente avvenga in modo discriminatorio, nullo oppure oralmente, la disciplina sarà regolata con le stesse modalità antecedenti la pubblicazione del nuovo testo: l’indennità da versare al lavoratore sarà pari a 5 mensilità se si procederà alla sua reintegrazione; a 15, in caso contrario, cioè senza riassunzione e versamento del TFR (Trattamento di Fine Rapporto).

Laddove si parla di licenziamento “per giustificato motivo oggettivo”, non sarà più fornita alcuna comunicazione scritta al dipendente, così come invece stabilito dalla Riforma Fornero. Questi potrà ricevere un’indennità, non gravata da contribuzione previdenziale, data dalla somma, per ogni anno di lavoro svolto, di 2 mensilità aventi l’importo dell’ultima regolare retribuzione. La stessa situazione si ha nei casi di licenziamento collettivo, per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa, mentre l’importo della liquidazione scende poi ad una sola mensilità, se la procedura avviene per vizi formali e procedurali.

Un’attenzione anche verso le piccole imprese

Infine, una sezione del D. Lgs. 23/2015 è dedicata alle piccole imprese. Solo nel caso di licenziamento nullo, orale o discriminatorio, si potrà effettuare al loro interno la reintegrazione del dipendente; nelle restanti situazioni, invece, si dovrà solo versare un’indennità pari a minimo 2- massimo 6 stipendi mensili, da rapportare in base all’anzianità di servizio.