Salario minimo: i primi no alla proposta di legge

Si discute da settimane in merito all’introduzione di una legge che stabilisca un salario minimo per tutte le categorie professionali in Italia

Il salario minimo, da applicare a dipendenti pubblici e privati, dovrebbe avere un valore di 9 euro lordi all’ora.

I termini della questione

La proposta di introdurre in Italia un salario minimo per i lavoratori è stata elaborata dal Ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, ricevendo un primo sostegno, anche in termini finanziari, da parte dell’Inps. L’Istituto, presieduto da Pasquale Tridico, ha definito i costi dell’operazione: circa 10 miliardi, con possibilità di riduzione del cuneo fiscale per tutte le aziende che vi aderiranno. Beneficiari del provvedimento saranno, nelle intenzioni di Di Maio, soprattutto i lavoratori delle piccole imprese private, aventi un personale compreso tra le 10 e le 50 unità e principalmente localizzate nel Sud e nelle isole.

Per quanto giusta ed interessante, la proposta di legge portata avanti dal Ministro del Lavoro sta già incontrando le prime opposizioni. A schierarsi in posizione contraria alla legalizzazione di un salario minimo è il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, riunitosi in questo weekend nell’ambito di un meeting a Milano.

Il monito dei Consulenti del Lavoro

La prima “spinosità” della proposta di legge consisterebbe nell’aumento totale del costo del lavoro: se si deciderà di innalzare la retribuzione oraria a 9 euro lordi all’ora, la spesa delle aziende per ogni singolo dipendente crescerà come minimo del 20%. Le stime delineate dai Consulenti del Lavoro derivano da una più esatta quantificazione della platea che dovrebbe beneficiare della nuova misura legislativa: circa 4 milioni di lavoratori, appartenenti non solo al vasto comparto “privato” (circa 3 milioni), ma anche al settore agricolo (uno dei più martoriati, dove le retribuzioni, per circa 350 mila operatori, sono di gran lunga inferiori ai 9 euro orari) e quello domestico (circa 864 mila unità).

Di conseguenza, l’intero comparto delle aziende private italiane vedrebbe accollarsi un aumento della spesa pari a 5 miliardi e mezzo di euro in più all’anno: un forte contraccolpo al quale, secondo l’Ordine dei Consulenti del Lavoro, non tutte le imprese potrebbero riuscire a resistere e che potrebbe indurre molte di esse a spostare le proprie filiali all’estero. Inoltre, anche per eventuali investitori stranieri, il panorama legislativo così ridefinito non costituirebbe affatto un elemento di attrazione ma anzi di dissuasione.

Aumento della spesa per i dipendenti pubblici

Lo scenario economico, inoltre, potrebbe aggravarsi ulteriormente se si decidesse di aumentare il salario minimo anche ai lavoratori della Pubblica Amministrazione, i quali percepiscono già una retribuzione superiore ai 9 euro lordi. In questo caso, la spesa annua totale dello Stato andrebbe quasi a triplicarsi: dai circa 4 miliardi, calcolati recentemente dall’Istat, si passerebbe a circa 12. Soprattutto nel settore pubblico, poi, a causa delle retribuzioni più alte si perderebbero fondi da destinare a particolari misure di salvaguardia, come il welfare, oppure da utilizzare per i premi di produzione per i dipendenti più meritevoli.

Una proposta provocatoria…

Infine, secondo Marina Calderone, Presidente dell’Ordine Nazionale dei Consulenti del Lavoro, anche i lavoratori autonomi, in questa prospettiva, avrebbero diritto ad ottenere maggiori tutele: “”Se si vuole fare il salario minimo per i lavoratori subordinati – ha detto Calderone, lanciando una sorta di provocazione – allora noi diciamo che ci deve essere anche l’equo compenso per i professionisti. Non mi piacerebbe vedere un mondo del lavoro di serie A e uno di serie B, con il salario minimo per i lavoratori subordinati e nessuna tutela per gli autonomi”.