GAP RETRIBUTIVO “DI GENERE”

Sembra così strano anche solo poterlo pensare, ma in quest’epoca in cui è tanto proclamata la parità tra i sessi, ottenuta con tanti sacrifici e conquiste, ci sono ambiti in cui il gap è ancora esistente e percettibile

Viviamo, infatti, in una società che tanto spesso si fa vanto e porta in alto i valori sanciti dalla nostra Costituzione, entrata in vigore (lo ricordiamo) il 1° gennaio 1948, la quale sancisce precisamente nell’articolo N. 37 che: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

La situazione invece è palesemente differente: potrebbe di primo acchito sembrare che le diseguaglianze di genere siano oramai oltrepassate e che si tratti dunque di retaggi di un pesante passato dal quale non riusciamo ancora a distaccarci.

Disparità di genere

Questi meccanismi di asservimento, vengono favoriti anche dal discorso pubblico che pare concentrarsi sulla “libera scelta”, argomento puramente teorico, secondo cui il genere, la razza ed altri fattori non influirebbero minimamente sulla vita e sulla riuscita delle persone che cercano di farsi strada negli illusori, complessi e contraddittori meandri delle società occidentali avanzate.

In virtù di quanto detto quindi, i successi, il guadagno o la ricchezza di ogni singola persona, sarebbero determinati solo ed esclusivamente dalle proprie capacità personali e non da una società che penalizza le debolezze ed ogni sorta di “diversità”.

I fatti sono completamente diversi e la letteratura scientifica, dimostra inequivocabilmente l’esistenza ancora oggi di “luoghi”, reali e simbolici (tra i luoghi reali, parliamo ad esempio del settore della formazione, ambito prettamente di vocazione femminile, ma che penalizza le donne in quanto gli incarichi dirigenziali sono più di sovente affidati agli uomini, non permettendo così un avanzamento di carriera e, di conseguenza, un aumento retributivo), nei quali la disparità tra uomini e donne continua, penalizzando queste ultime.

Su tutto questo, va ad influire anche il tema del “work-life balance”, cioè l’esigenza (soprattutto femminile) di dividersi tra attività familiari e vita lavorativa. Anche questo elemento, come vedremo meglio in seguito, va a gravare sulle prospettive di carriera e sul percorso che una persona può compiere, tutto questo non fa che aumentare la disparità;

le discriminazioni vanno spesso a confluire in quel particolare aspetto, sottile e quasi celato, del “Gender Pay Gap”.

L’intervento legislativo

La questione poteva sembrare superata in qualche modo, visto anche l’intervento del legislatore, con le riforme introdotte sul piano legislativo, come ad esempio la legge del 12 luglio 2011, n. 120, “Equilibrio tra i generi negli organi delle società quotate” che obbliga le imprese, sia pubbliche che private, a destinare alle donne la quota di un terzo del Consiglio di Amministrazione, ma non è così!

Le dirigenti sindacali di Cgil, Cisl e Uil, Loredana Taddei, Liliana Ocmin, Laura Pulcini, coordinatrici delle politiche di genere, hanno sul tema dichiarato:

“Il persistere delle differenze retributive di genere è inaccettabile. Un’emergenza nell’emergenza dei già bassi stipendi dei lavoratori italiani”. Si riferiscono al nuovo resoconto mondiale sulle paghe dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) fondata, lo ricordiamo, nel 1919 in occasione del Trattato di Versailles, per attestare la possibilità di una pace duratura ed universale, che può essere realizzata però solo sulla base della giustizia sociale.

All’interno del menzionato resoconto, si evidenzia la più bassa crescita dei salari, a livello mondiale, dal 2008 e gli stipendi delle lavoratrici risultano inferiori del 20% se confrontati a quelli dei lavoratori di sesso maschile.

Le stesse rappresentanti sindacali, proseguono affermando che questi dati mettono in luce il fatto che il dislivello retributivo sussiste indipendentemente dalla maternità, cioè anche molto prima di esso e che i preconcetti (di cui abbiamo precedentemente parlato, cioè quei “luoghi simbolici” della mente, che portano a pensare che le donne siano inferiori agli uomini) e le diversità, vanno osteggiati nel momento stesso in cui si entra nel mercato del lavoro, in quanto è impensabile posporre o rimandare la questione. Come affermato dallo stesso Direttore Generale dell’Oil, Guy Ryder:

”il divario retributivo di genere, rappresenta una delle più grandi manifestazioni di ingiustizia sociale dei nostri tempi”. Parole confermate anche dalla consigliera per il programma di sviluppo delle Nazioni Unite, Anuradha Seth, la quale ha definito tale divario tra le retribuzioni di uomini e donne come:

“Il più grande furto della storia” e che pertanto “tutti i Paesi dovrebbero comprendere meglio le cause che generano queste disuguaglianze e accelerare il progresso verso l’uguaglianza di genere”.
In Italia purtroppo la situazione è anche peggiore: il gap è ancora più marcato, insistente
; possiamo infatti rilevare che solamente una donna su due è occupata e che le lavoratrici risultano avere in media il 25% di ricchezza in meno rispetto agli uomini e nelle coppie il divario arriva al 50%.

Le motivazioni di questo divario nelle retribuzioni, vanno ben oltre una semplice attribuzione di un riconoscimento economico che sia adeguato alla mansione svolta: esse sono culturali, sociali; più profonde quindi di quel che si può banalmente immaginare.

La problematica potrebbe essere risolta (se non del tutto, almeno in parte) con interventi che siano davvero radicali, come interventi sul piano legislativo, contrattuale, ma anche culturale: si potrebbe infatti optare per una più giusta suddivisione di incombenze familiari tra uomini e donne, come suggeriscono le stesse rappresentanti sindacali.

Le stesse infatti ricordano che: “le lavoratrici hanno carriere più frammentate e discontinue, spesso rinunciano al lavoro o vengono demansionate per la nascita dei figli, inoltre sono vittime di marcate differenze salariali dovute alla segmentazione e segregazione lavorativa che rendono difficilissima la crescita professionale (…) È giunto il momento di dire basta e di cambiare rotta rispetto alle politiche economiche e sociali, assegnando il giusto valore al lavoro delle donne, per fare dell’Italia un Paese più equo e meno fragile, più forte economicamente e più competitivo”.

Conclusioni

Abbiamo dunque evidenziato che, nello scenario sociale contemporaneo, seppur i cambiamenti siano così contraddistinti da una certa velocità, culturalmente siamo ancorati a degli stereotipi che non si modificano facilmente e che fanno si che si viva costantemente in bilico tra tradizione e speranza di rinnovamento, perpetuando la cultura di una differenza tra genere maschile e femminile reale, tangibile e (cosa ancor più pericolosa) facilmente condivisa da tutti.

Tali preconcetti sono come delle norme oramai assimilate attraverso la socializzazione, pertanto i soggetti vi aderiscono in maniera quasi inconsapevole.

E’ proprio per questa ragione che tutti noi attori sociali contribuiamo alla loro conservazione, anziché alla loro demolizione, non percependone forse il reale pericolo: quello cioè di rendere un contesto sociale non equo.