Decreto Dignità: politica governativa e visione del lavoro giovanile

Le ricadute dei provvedimenti legislativi sull’idea stessa dell’approccio al lavoro in Italia

Sono necessari investimenti in formazione per guadagnare le competenze necessarie alle necessità di una economia avanzata come quella odierna.

La narrazione del sistema di valori in Italia

I nuovi provvedimenti del governo attuale espongono una nuova narrazione dell’idea stessa del lavoro e del suo rapporto con l’impresa. Le vicende dell’ingresso al lavoro dei giovanissimi sono strettamente intessute con gli impatti culturali e, più generalmente, con l’intero sistema di valori della nostra società, non limitandosi quindi al mero orizzonte economico.

Il Decreto Dignità prevede tra le sue pieghe il ridimensionamento dell’alternanza scuola-lavoro, contestualmente all’impatto dirompente che il reddito di cittadinanza avrà sui meccanismi basilari della ricerca stessa di occupazione. Anche la modifica della Legge Fornero e dei paletti che aveva posto per la quiescenza cambieranno profondamente le regole del gioco, così come la diminuzione del credito d’imposta  in materia di formazione d’impresa.

L’impatto delle modifiche sulle modalità di ricerca del lavoro

Tutte queste variabili, del tutto nuove per il panorama recente europeo, rischiano di creare un clima di instabilità e disincentivare le iniziative imprenditoriali sul suolo nazionale. Le modificazioni che stanno per essere introdotte avranno un impatto forte e duraturo, che si protrarrà probabilmente ben oltre l’orizzonte temporale di questa legislatura, consolidando una prospettiva negativa sia per il mercato del lavoro che per le imprese. Autorevoli analisti economici leggono la diminuzione dell’impegno governativo sull’alternanza suola-lavoro come un segnale del depotenziamento della formazione giovanile, affiancato da misure assistenziali come il reddito di cittadinanza. Se la lettura che emerge è quella che in Italia non è più fondamentale accumulare competenze utili ad un mercato del lavoro in costante evoluzione, lo scenario che viene a delinearsi è quello di un paese rassegnato e destinato a disporre di forza lavoro di bassissima qualità.

Lo spread delle competenze

Il divario tra la qualificazione tipica dei paesi avanzati europei e l’Italia rischia quindi di ampliarsi, lasciando intravvedere per la nostra società uno scivolamento verso il terzo mondo e la povertà incalzante.

L’aspetto del Decreto Dignità che economisti, analisti ed anche i sindacati hanno più volte enfatizzato è la deriva assistenzialistica, contrapposta alla necessità di investimenti produttivi in formazione continua e di elevata qualità. Secondo una tale ampia compagine di commentatori, la sfida imposta dalla globalizzazione può essere vinta solo disponendo di imprese altamente tecnologiche e del personale qualificato necessario, come sostanzialmente accade in Germania.

Il tessuto delle relazioni e della formazione

L’outlook emergente è negativo, soprattutto se l’Italia non riuscirà a competere nel campo dell’industria 4.0, il cui presupposto è un forte investimento in formazione . Occorre ricordare che la nostra è la seconda economia europea e la settima potenza economica mondiale, il cui successo è stato fino ad ora garantito da una sottile rete di organizzazioni, dalle Academy formative dalle Corporate University, fino ai programmi formativi realizzati da associazioni sindacali o imprenditoriali, per sviluppare le conoscenze indispensabili a competere sui mercati.

Federica Amodio