Cambio lavoro quindi esisto: la flessibilità come prova di esistenza

Il “Posto Fisso” è oramai praticamente un miraggio, avendo ceduto il posto a lavori temporanei e in continua trasformazione, eppure sussistono forti dubbi che il sistema paese non sia in grado di supportare adeguatamente tutta la flessibilità necessaria per favorire l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro

Tumultuose trasformazioni del cambio di lavoro

La trasformazione del mercato del lavoro è tumultuosa ed effervescente, e probabilmente il prossimo futuro ci riserverà cambiamenti ancora inimmaginabili al momento. Le variabili sono numerosissime, dipendendo non solo dalle condizioni al contorno del nostro paese, ma anche dallo scacchiere geopolitico globale. La stessa globalizzazione sta vivendo una fase concitata, legata alle tensioni generate dalla nuova ondata di dazi innescata dal confronto commerciale tra gli USA e Cina.

La stessa “Nuova Via della Seta” promette di sconvolgere i fragili equilibri fino ad ora precariamente conservati.

Automazione e nuove tecnologie

L’introduzione di nuove tecnologie, Intelligenza Artificiale e automazione porteranno a brevissimo ad una contrazione del mercato del lavoro, comportando la sostituzione di alcune professioni ed attività ripetitive. Secondo il McKinsey Global Institute, ben il 60% delle professioni ha almeno il 30% delle proprie mansioni suscettibile di sostituzione da parte delle macchine.

Il saldo netto tra i posti di lavoro persi a causa di questa sostituzione e quelli creati dalla necessità di progettare, sviluppare e mantenere le macchine è decisamente negativo. Questo sebbene si stimi che dal 2000 ad oggi siano nati oltre 11 milioni di nuovi posti di lavoro in questo ambito, limitatamente alla sola Europa.

Le categorie di attività comprese in queste nuove tipologie di lavori comprendono specialisti di cloud architecture, big data analysis, digital marketing, oltre ovviamente a sviluppatori software e progettisti di robot industriali.

Evoluzione delle forme di lavoro flessibile

Secondo quanto indicato nel libro pubblicato da Assolombarda con Adapt, dal titolo “Il futuro del lavoro”, la durata media dei contratti a tempo indeterminato è in calo. Questa condizione indica che oramai la discontinuità lavorativa stia diventando una caratteristica intrinseca del mercato del lavoro.

Anche l’Istat conferma tale tendenza, registrando un aumento del numero dei liberi professionisti e dei contratti a tempo determinato. Quello che sembra sorprendere, però, è che la decisione di cambiare lavoro sembra parta dal lavoratore e non dalla proprietà, e questo è tanto più vero per i giovani Millennials.

La ricerca Deloitte e il job hopping

Secondo una ricerca effettuata dalla Deloitte in 36 paesi, il Deloitte Millennial Survey 2018, tra i giovani il 43% ha espresso l’intenzione di cambiare posto di lavoro entro due anni e meno del 70% ha espresso l’auspicio di restare nella stessa azienda per altri cinque anni. Le principali motivazioni di questo desiderio di mobilità sono economiche, ma anche legate alla facilità di connessioni offerte dai network professionali, oltre alla voglia di mettersi in gioco continuamente.

La propensione a cambiar frequentemente lavoro è talmente diffusa che è stato coniato un nuovo termine per definire chi cambia società a meno di due anni dall’assunzione: “job hopping”.

Assomigliare sempre più agli USA

Gli Stati Uniti d’America hanno da tempo adottato uno stile di vita che prevede continui cambiamenti di tipologia lavorativa, addirittura trasferimenti da una città all’altra. Sembra quindi che l’Europa non stia facendo altro che assorbire il modello statunitense, senza riuscire a trovare una propria via alternativa.

Secondo il Bureau of Labor Statistics, in America i giovani tra i 18 ed i 28 anni cambiano in media 7 datori di lavoro

Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale

Secondo simulazioni eseguite dal Fondo Monetario Internazionale, i giovani nati tra il 1990 ed il 2009 dovranno modificare profondamente i propri comportamenti pensionistici rispetto i loro predecessori. In pratica dovranno lavorare almeno per cinque anni in più e mettere da parte almeno il 6% del proprio reddito mensile ai fini di creare una pensione integrativa, questo esclusivamente per garantirsi una pensione equivalente ai livelli odierni.

Pare ovvio, quindi, che il sistema pubblico di welfare deve modificarsi per sostenere e promuovere correttamente questi cambiamenti prima che si generi una crisi generazionale quando sarà troppo tardi per evitarla.

Federica Amodio